ARTE/Visionario di un Cucchi

di Maria Vittoria Solomita

Enzo Cucchi è all'Istituto Italiano di Cultura. Uno dei pilastri della Transavanguardia italiana è nuovamente in mostra negli States, dopo le tappe italiane a Napoli e Roma. Di Cucchi è arrivato il suo "Interior costume", cioè, «un'arte che non intende vestire (come farebbe la moda) ma s-vestire, mostrando un'umanità nuda nella sua dimensione più intima», per dirla con le parole del suo scopritore e pigmalione Achille Bonito Oliva.

E a questa sfera più interiore l'artista marchigiano si è interessato sin dagli esordi della sua attività creativa, quando ha sperimentato la pittura da autodidatta, vincendo premi, per poi tralasciarla, preferendole la poesia. Un artista complesso, come l'interiorità di cui si fa pittore. Le sue opere incarnano bene questa multi-sfaccettatura, con immagini pescate nel suo inconscio o afferenti alla cultura popolare di appartenenza (e sono forti i rimandi alla provincia anconetana, luogo d'origine, e a Roma, terra d'approdo).
Poliedrico e sempre pronto a tastare nuovi terreni con approccio neoespressionista, Cucchi ha illustrato libri per scrittori e poeti, come Paolo Volponi e Goffredo Parise, e ha dipinto scene per le rappresentazioni teatrali di Pennisi e Respighi.

Negli anni, Cucchi ha sperimentato e osato, attraverso installazioni composite, creando mix plurimaterici articolati nello spazio e facendo arte proprio per il modo di giustapporli nello spazio. Questa sua ricerca espressiva gli ha procurato il titolo di "esponente più visionario" della Transavanguardia - con buona pace di De Maria, Chia, Clemente e Palladino - e gli ha garantito una collocazione permanente in musei come il MoMa di New York, la Tate Gallery di Londra e l'Art Institute di Chicago. Eppure, la sua opera ha più volte varcato i limiti dell'esposizione museale. Basti pensare alle sculture all'aperto di Bruglinger Park, a Basilea, e al mosaico per il Museum of Art di Tel Aviv, o, volendo tornare in Italia, alla fontana nel giardino del Museo Pecci di Prato e alla ceramica monumentale della Stazione Termini a Roma.

Proprio dal MACRO, Museo di Arte Contemporanea di Roma, arriva questo "Costume interiore" di Cucchi, curato dal critico Bonito Oliva. Un costume che, in origine, era pensato "interiormente" a tre cilindri metallici, in cui lo spettatore doveva entrare per poter fruire l'opera nella sua totalità. Nella cavità, infatti, erano sospese, a mezz'aria, delle sculture di polistirolo garzato e stuccato, in bianco e nero: quasi una cellula embrionale da studiare. A NY la torre visionaria manca. E assieme ai tre cilindri sovrapposti da esplorare viene a mancare quella dimensione intima e claustrofobica  che Enzo Cucchi intendeva ricreare.
Se è vero, però, che l'allestimento newyorkese perde l'ambientazione cupa, è pur vero che le sculture le ritroviamo tutte. I pezzi sono gli stessi volumi con immagini antropomorfiche stampigliate, o con teschi, teste, case, la campagna anconetana; storie che si sviluppano diversamente in base al punto di vista dello spettatore.

«Geniali, se giri intorno ad ogni opera, hai una narrazione differente. Le trovo molto giocose» - ha commentato la dottoressa Anna Mecugni, studiosa d'Arte al CUNY Graduate Center di New York all'apertura della Mostra, mercoledì 15  -«nella forma ricordano patate e fagioloni, come nei primi disegni del '70 di Cucchi, i migliori».
Saranno giocosi, però questi fagioloni continuano a penzolare dal soffitto, inquietanti, come sospesi in un limbo, o in una bolla comunicazionale. Il parallelismo ci riporta facilmente all'esperienza quotidiana e alla gravità di un "costume interiore" oramai cristallizzato: l'individualismo  (perché quei simpatici fagioloni, in fondo, non si incroceranno mai).