A modo mio

L’ultimo monoteismo

di Luigi Troiani

Mentre arriva l'eco delle grida assassine dell'Islam estremo in Kashmir, ricorre un anniversario di grande interesse per l'umanità, in particolare per i credenti nella predicazione del profeta Maometto. La loro religione, diversamente da quella dei cristiani che fa riferimento agli scritti del Nuovo e Vecchio Testamento, ha per fondamento la rivelazione diretta. Giusto 1400 anni fa, era l'inizio di autunno nel nostro emisfero, secondo la credenza di più di un miliardo di persone, nei giorni 26 e 27 del mese di Ramadan, l'arcangelo Gabriele scese dai cieli sull'altura di Hira, un'ora di cavalcatura dalla Mecca, per consegnare la parola del solo e unico Dio (Allah) a mente e cuore di un mercante quarantenne sposato e benestante, Muhammad, in meditazione lontano dalla città.

   All'epoca, nelle nostre contrade Gabriele era celebrato su muri e tele delle cattedrali come il Messaggero per eccellenza, protagonista del più grande annuncio della storia, relativo alla maternità di Maria. Tornava in primo piano grazie ad un'altra eclatante missione. Il complesso dottrinario del Corano, le sure (capitoli) spesso controverse e incomprensibili che lo formeranno, sgorgano dall'incontro sull'Hira e diventano, nella scansione della scrittura araba, il riferimento del terzo grande monoteismo, l'ultimo apparso sulla Terra. L'angelo tornerà ancora, dice la tradizione islamica, ispirando quell'uomo che non sa né leggere né scrivere.
Muhammad si presta ad essere il veicolo che fa arrivare il messaggio divino alla cerchia degli intimi, per poi sollevare nel suo segno le popolazioni dell'Arabia contro i pagani e spingerle verso nord Africa e Medio Oriente. La Jihad (guerra santa) che crea l'umma, la comunità universale dei credenti e dei "sottomessi" (questo il significato di musulman) premerà in futuro sull'Europa meridionale e centrale, e sull'Oriente.                         

                                                                                                                         
Il Corano, il "libro" sacro che raccoglie lo sviluppo delle rivelazioni che Muhammad disse di ricevere dall'arcangelo, è considerato dall'Islam la materializzazione del "verbo", consegnato direttamente agli uomini da Dio da quel 26 di Ramadan.

Il rapporto con il "libro" è quindi diverso da quello che i cristiani hanno con gli evangeli, pensati da uomini per testimoniare il percorso che il "verbo fatto carne" ebbe sulla Terra, non "verbo" essi stessi. Si può capire, all'interno di detto circuito psico-fideistico, la reazione dell'Islam estremo al falò che esponenti dell'integralismo protestante americano hanno realizzato, la scorsa settimana, con copie del "sacro Corano".
Non interessa, alle masse dell'Islam, considerare che un libro religioso è figlio anche del tempo in cui sboccia e dell'opera umana che lo cesella, e quindi, al di là dei roghi sempre esecrandi, soggetto a interpretazione.
Il Corano risulta storicamente "rivelato" in un periodo di vasti sconvolgimenti in Arabia. Nel VII secolo quella penisola sperimentava il transito dalla cultura matriarcale nomade al sistema patriarcale urbano. Muhammad, orfano, è da quel magma che emerse. Quando l'eretico Salman Rushdie scrive che "si può leggere il Corano come un appello agli antichi valori matriarcali nel nuovo mondo patriarcale", intende che nel Corano si ritrovano le difficoltà di adattamento alla trasformazione, di colui che l'Islam considera "profeta" alla stregua di Gesù.
Il suo sarebbe un richiamo conservatore, anche se si dice rivoluzionario perché inquadra i delusi dal nuovo sistema: i poveri, i diseredati, gli abbandonati ed orfani come lui. Nell'analisi appare il limite consueto di chi guarda al religioso come si trattasse solo di fenomeno umano, finendo per negare la ragione stessa per la quale se ne occupa. La critica filologica e storica, se esclude la trascendenza, ha poco da dire sulla rivelazione di un Gabriele, e sul fondatore della seconda grande religione umana.