Che si dice in Italia

“Affari” con Gheddafi

di Gabriella Patti

Alla luce, anzi alle fiammate degli spari cui è stato soggetto un peschereccio da parte di una motovedetta libica (dono dell'Italia), la recente visita del colonnello Gheddafi in Italia assume un aspetto particolare. La visita, lo ricorderete, è stata accompagnata dal solito strascico di polemiche, che hanno avuto per oggetto soprattutto il comportamento folcloristico del Colonnello, con tanto di lezioni di Corano a hostess reclutate da un'agenzia romana e tentativi di effettuare conversioni all'Islam. Ma ora, dopo l'attacco al peschereccio - con tanto di presenza di militari italiani della Guardia di Finanza a bordo della motovedetta aggredente e andrà chiarito il loro ruolo e, soprattutto, ilp erché non siano intervenuti ma abbiano guardato dall'altra parte - si tratta di valutare se l'improvvisa esplosione di amicizia tra Berlusconi e il leader libico valga ancora la spesa.

La risposta, dicono economisti e politici della maggioranza, è "sì". E, purtroppo, temo che stavolta abbiano ragione, nonostante il fastidio nei confronti di un personaggio che non smette di rimestare nelle passate e indubbie colpe colonialiste dell'Italia. Che, però, appunto, come nota su Affari Internazionali lo studioso Natalino Ronzitti sono passate, consegnate alla Storia perché non accadano più: «Per chiudere definitivamente il contenzioso con la Libia, l'Italia ha pagato un prezzo molto alto sia in termini morali sia in termini monetari». Sarebbe ora di guardare avanti. Che è quello che, va ammesso, fa Berlusconi. Magari anche perché nei numerosi contratti che sta mettendo in piedi con la Libia qualche interesse personale, di qualche sua azienda o azienda di amici, magari c'è.

A leggere i rapporti della Camera di Commercio italo-libica l'interscambio è cospicuo e sono in via di definizione gli appalti per l'autostrada costiera in Libia, finanziata con parte dei 5 miliardi di dollari da versare in 20 anni alla Libia. Ne beneficeranno le nostre imprese che dovranno realizzare le opere previste. La preferenza per le imprese italiane, che non è incompatibile con le regole comunitarie, è attuata anche in altri settori e sta dando i suoi frutti.
Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli. Sì, ma se Gheddafi smettesse di cogliere ogni occasione per accusarci ancora delle nefandezze di quasi cento anni fa e se, soprattutto, la piantasse di spararci letteralmente addosso, le cose potrebbero andare meglio.

Il CORRIERE DELLA SERA, che ha come azionisti alcune grandi banche, attacca la Banca del Sud, voluta dal Governo e che, alleata di Poste Italiane, potrebbe dar fastidio agli azionisti del quotidiano. Letta così - e la lettura la si deve a Franco Abruzzo, consigliere storico dell'Ordine dei giornalisti di Milano, nonché noto "fustigatore" sulsuo sito francoabruzzo.it della deriva su cui sta naufragando il giornalismo italiano - l'articolo pubblicato nei giorni scorsi dal quotidiano di via Solferino si capisce di più.
La Banca del Sud è un obiettivo, anche se discutibile, del Governo. Come ha dichiarato Silvio Berlusconi, sarà un istituto di secondo livello e si appoggerà alle reti delle 100 Banche di credito cooperativo presenti al Sud (600 sportelli), delle Poste (14mila sportelli) e di altre banche popolari. Questo progetto, sostenuto e voluto da Giulio Tremonti, è avversato dalle grandi banche che sono azioniste del Corriere della Sera. Le Poste Italiane, si sa, sono un avversario temibile delle banche potendo contare su una rete di 14mila sportelli: un network capillare che nessun istituto di credito in Italia può contrastare.

Spiega Abruzzo che «L'articolo dei giorni scorsi, a firma di Dario Di Vico, offre una grande opportunità: quella di discutere il tema scottante dei rapportitra azionisti e informazione». Già, perché siamo alle solite qui in Italia, paese dalle 10mila leggi ma che non fermano i conflitti di interesse. E' evidente che se i giornalisti del Corsera dovessero tener presente il quadro azionario del proprio giornale difficilmente riuscirebbero a scrivere di economia. Ma è anche vero - e lo raccontavo tempo fa su questa rubrica - che lo stesso direttore dell'autorevole quotidiano Ferruccio De Bortoli ha recentemente preso carta e penna per denunciare «la necessità di un maggiore pluralismo della cartastampata».

Ammettendo, ed è stata la prima volta cosa che gli fa onore, che «un difficile rapporto con le proprietà lo abbiamo anche noi, anche alla Rcs, anche al Corriere. Il numero di azionisti, elevato, e in gran parte disinteressato allo sviluppo dell'editoria costituisce una anomalia non solo italiana». Solo su quest'ultimo punto ho qualche dubbio. Sbaglierò, ma non mi viene in mente un altro paese occidentale e democratico che abbia questa situazione.