ANALISI&COMMENTI/Attenti a Gheddafi e anche a noi

di Giulio Ambrosetti

Da oltre una settimana giornali e tv del Belpaese non fanno altro che parlare dell'incidente avvenuto nel golfo della Sirte. Dove una motovedetta libica non ha esitato a mitragliare un motopeschereccio di Mazara del Vallo. Il caso ha voluto che i fatti si verificassero appena una settimana dopo la visita di Gheddafi a Roma del corso della quale Italia e Libia hanno rinnovato i sentimenti di "pace" e di "amicizia". In questo scenario da "vogliamoci bene" la sventagliata di pallottole libiche contro i pescatori mazaresi ha finito con il configurarsi come una nota stonata.
Il motopeschereccio "Ariete" si trovava nel golfo della Sirte per pescare. Tant'è vero che, quando è comparsa  la motovedetta libica, i pescatori hanno abbandonato le reti in mare e sono scappati. I libici hanno inseguito l'imbarcazione italiana e hanno intimato l'alt. Ma i pescatori mazaresi, come già accennato, si sono dati alla fuga. Per tutta risposta, i libici hanno aperto il fuoco. Scene terribili. Una carneficina evitata per miracolo.

La questione della pesca nel Mediterraneo - e in particolare nelle acque che i libici considerano di propria pertinenza - è controversa. Quasi tutti i Paesi che si affacciano nel Mare Nostrum sono d'accordo nel ritenere che le acque territoriali si estendono fino a 12 miglia dalla costa. I libici, invece, hanno esteso le proprie acque territoriali a 25 miglia dalle proprie coste (13 miglia marine in più rispetto agli altri Paesi da moltiplicare per l'estensione della costa libica). Un'immensa area marina che viene guardata a vista giorno e notte dai militari di Gheddafi, che cercano in tutti i modi di bloccare i pescatori che arrivano da altri Paesi.

Già, la pesca. Che in Italia è in crisi. E siccome la marineria di Mazara del Vallo è la più grande del Paese, ecco che le difficoltà di questo settore, in Sicilia, si presentano ingigantite. E allora?
Tanto per cominciare, bisogna avere il coraggio di dire che le tecniche da pesca utilizzate in Italia, e in particolar modo in Sicilia, non sempre sono compatibili con gli equilibri ecologici del mare. Esempio classico è quello delle ‘spadare', bandite solo da qualche anno tra roventi polemiche. Ma, operative, ci sono ancora le reti ‘volanti', chilometri e chilometri di reti che spaziano in lungo e in largo nel Mediterraneo ‘ripulendo' il mare da ogni tipo di pesce.

Anche la pesca a strascico, di cui Mazara del Vallo è ‘Capitale' indiscussa (ma, in Sicilia, ci sono anche le marinerie di Sciacca e di Licata che non scherzano), non è proprio un toccasana per i fondali marini. Proprio a causa di un'eccessiva e irrazionale utilizzazione delle reti a strascico, tantissimi fondali del Mediterraneo sono stati stravolti. Con la distruzione sistematica di flora e fauna.
Proprio di recente l'Unione Europea ha vietato, nella pesca a strascico, l'uso di reti a maglie strette. Si tenta, quanto meno, di evitare che vengano pescati pesci di 4-5 centimetri. Appena entrato in vigore, la tv italiana ha illustrato lo ‘sgomento' di tanti ristoratori italici che non sarebbero più in grado di fornire ai loro clienti la ‘fritturina di paranza', ovvero i pesciolini di 4-5 centimetri fritti...

Oggi non è un mistero che la pesca a strascico non rende più. Sia perché quella parte del Mediterraneo (un'ampia parte, purtroppo) è stata ‘svuotata' di pesci, molluschi e crostacei, sia perché, con l'aumento del pezzo del gasolio, navigare a motore costa sempre di più. È per questo motivo che, ormai da tempo, tante imbarcazioni di Mazara, per cercare di riempire le reti, solcano l'oceano Atlantico. Anche se non manca chi, più o meno di soppiatto, prova a invadere le acque tunisine (i tunisini, un tempo sequestravano e sparavano esattamente come fanno i libici: oggi, invece, si limitano ad appioppare salatissime multe) e quelle libiche. Ma se i tunisini, da quando governa Ben Alì, provano a far rispettare la legge senza fare ricorso alle armi, i libici, al contrario, non vanno tanto per il sottile: sequestrano le imbarcazioni o, in alternativa, sparano.
Fine dei problemi? Assolutamente no. In Italia, per 45 giorni all'anno (grosso modo da febbraio ad aprile), il governo nazionale autorizza la pesca del novellame, ovvero alla pesca di pesci di piccolissime dimensioni. Una follia. Non c'è bisogno di essere esperti in biologia marina per rendersi conto dei danni enormi che questo tipo di pesca provoca: si tratta di miliardi e miliardi di pesci che potrebbero, in parte, diventare adulti e che, invece, vengono catturati appena nati. Vero è che molti di questi verrebbero mangiati da altri pesci, ma è tutta da dimostrare che la pesca del novellame non alteri la ‘catena alimentare' e, soprattutto, che non riduca la presenza di pesci nel futuro.

Ancora più grave è quello che sta avvenendo, negli ultimi tre quattro anni, sul fronte della pesca al tonno rosso del Mediterraneo. Da quando i giapponesi hanno scoperto che le carni degli esemplari mediterranei di questa specie pelagica sono di gran lunga più pregiate di quelle dei tonni pescati nei mari del resto del mondo, si è aperta una vera e propria caccia al tonno rosso del Mediterraneo.
Il mercato giapponese è disposto a pagare il tonno pescato nel Mediterraneo ad un prezzo che, in media, è dieci volte superiore a quello spuntato nei mercati europei. Così le acque internazionali del Mediterraneo sono zeppe di imbarcazioni per la pesca al tonno provenienti da mezzo mondo. Ci sono imbarcazioni asiatiche, cinesi, giapponesi e, naturalmente, europee (in minoranza). Tutti pescano con le reti di circuizione (le tradizionali tonnare, tranne qualche impianto tenuto aperto per i turisti, sono ormai un ricordo). E, per avvistare i branchi di tonni, in barba alla legge che lo vieta espressamente, vengono utilizzati gli aerei. Il giro di affari è diventato così ingente che c'è il dubbio, tutt'altro che campato in aria, che dietro questo grande business ci possa essere la grande criminalità organizzata internazionale.

La situazione è ormai sfuggita ad ogni controllo, tanto che quest'anno si è cercato di chiudere in anticipo la stagione di pesca al tonno. Ma anche su questo fronte non mancano i dubbi: per esempio, c'è chi pensa che a fare le spese della chiusura anticipata siano state le marinerie europee, italiane in testa. Mentre i pescatori provenienti dal resto del mondo non sarebbero stati bloccati. Del resto, è difficile verificare se le quote di tonno da pescare assegnate ogni anno ad ogni Paese dall'Iccat siano rispettate (l'Iccat, per la cronaca, è l'organismo internazionale che stabilisce, ogni anno, dove, come, quando e quanti tonni è possibile catturare).    
È in questo scenario che si inserisce l'incidente nel golfo della Sirte. Gheddafi non è mai stato un angelo. Ma quelli che tentano di andare a pescare nelle acque territoriali libiche non sono santi. Si dirà: Gheddafi si è appropriato di 13 miglia in più di mare. Certo, non possiamo avallare i metodi del colonnello ma, contemporaneamente, non possiamo negare che, nelle acque protette dai militari del colonnello libico, i fondali non sono ancora stati distrutti dalle reti a strascico e i tonni vengono lasciati in pace.  

La verità, Libia a parte, è che, al di là delle parole, il nostro atteggiamento verso i Paesi meno fortunati di noi è un fulgido esempio di ipocrisia. "Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo", recita una celebre poesia di Salvatore Quasimodo. E, in effetti, verso i Sud del mondo, nei fatti, mostriamo ancora "le ali maligne e le meridiane di morte".
Grazie ai "respingimenti", impediamo ogni giorno a centinaia di uomini, donne e bambini, colpevoli solo di tentare di sfuggire alla fame che imperversa nei loro Paesi di origine, di sbarcare lungo le nostre coste. Non solo non ci vergogniamo di respingere chi chiede aiuto (ci siamo dimenticati che, dal Sud d'Italia, tra la fine dell'800 e i primi del ‘900, l'emigrazione era la regola?), ma facciamo finta di non sapere che, con ogni "respingimento", più della metà di questi infelici trova la morte in mare.

Da anni, da veri ‘sepolcri imbiancati', ipotizziamo ‘Piani Marshall' per i Paesi poveri, ma non sappiamo fare di meglio che recarci nel loro mare per cercare di ‘svuotarlo' e distruggerlo, così come abbiamo ‘svuotato' e distrutto il nostro mare. E se qualcuno impedisce ai nostri ristoranti di avere la ‘fritturina di paranza', ecco che tiriamo fuori tutta la nostra ‘indignazione', come sta avvenendo in questi giorni.
In tutto questo, continuiamo a definirci "civili" e, soprattutto, "cristiani". Dimenticando che in materia di solidarietà umana e di rispetto per il creato (che in questo caso è il mare), ci comportiamo in modo del tutto opposto agli insegnamenti evangelici. Ci balocchiamo nelle ingiustizie che abbiamo creato e alle quali non vogliamo rinunciare e pretendiamo pure di essere nel ‘giusto' con la nostra "scienza esatta persuasa allo sterminio...". Quanto durerà ancora tutto questo?